LIRIWEB.IT 13/12/2005
DIETA E ARTRITE REUMATOIDE
Battisti E., Culicchi V., Albanese A., Bianciardi L., Piazza E., Giordano N.
Centro TAMMEF. Università degli Studi di Siena
L’artrite reumatoide è una malattia infiammatoria cronica che può interessare vari organi, ma che colpisce soprattutto i tessuti sinoviali e le articolazioni diartrodiali, e che si manifesta con dolore e danno funzionale
Durante la fase acuta della malattia, gli elevati livelli nel plasma di citochine infiammatorie come interleuchina-6 (IL-6), interleuchina –1b, (IL-1b), fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-a) e proteine di fase acuta, conducono ad un decremento della massa magra con una perdita media del 15% a sfavore della massa cellulare; ne consegue la riduzione della forza muscolare.
La terapia farmacologia, è in grado di provocare effetti collaterali, come lesioni della mucosa del tratto gastroenterico, decremento della densità ossea e riduzione dell’assorbimento di micronutrienti fondamentali quali ferro o calcio.
La dieta viene così a giocare un ruolo importante nel management dell’artrite reumatoide, alleviandone la sintomatologia, contrastando gli effetti collaterali della terapia e riducendo al tempo stesso il rischio di complicanze.
In passato erano stati portati avanti studi sull’efficacia di diete vegane, di eliminazione o addirittura del digiuno, su soggetti affetti dalla malattia. L’eliminazione di carne per almeno 3 mesi ha portato a buoni risultati seppure in un ristretto gruppo di soggetti; tuttavia risulta difficile determinare se il beneficio derivi dall’esclusione dell’alimento oppure dall’avere incrementato il consumo di frutta e verdura naturalmente ricchi in antiossidanti.
Solo pochissimi malati possono beneficiare di diete di esclusione, in particolare coloro ai quali è stata diagnosticata, attraverso test riconosciuti dalla medicina ufficiale, una qualche intolleranza alimentare.
Il razionale del digiuno, che si pratica utilizzando esclusivamente succhi di frutta o vegetali diluiti per un periodo massimo di circa 10 giorni, si fonda invece sulla parziale soppressione del processo infiammatorio, attraverso una riduzione nella sintesi di citochine e leucotrieni, e sulla alterazione della permeabilità intestinale.
Nonostante si possa verificare un lieve miglioramento dei sintomi, risulta evidente come queste diete risultino incongrue dal punto di vista nutrizionale, ben lontane dalle raccomandazioni di macro e micronutrienti divulgate dalle società scientifiche che si occupano di alimentazione. Il rischio è quello di dare luogo a malnutrizione proteico-calorica, o a carenze di ferro e calcio, andando così ad aggravare la sideropenia che caratterizza l’artrite reumatoide.
Inoltre è importante impostare un regime alimentare che non stravolga completamente le abitudini del soggetto e che sia mantenibile a lungo termine, in linea con la cronicità della malattia.
Attualmente i risultati più incoraggianti derivano da studi che prevedono l’utilizzo di acidi grassi essenziali, in particolare quelli della serie omega-3 e omega-6; i quali possono essere assunti attraverso alimenti naturali oppure sottoforma di olio di pesce oppure di veri e propri integratori in capsule. Tali sostanze sono capaci di potenziare e/o inibire alcuni sistemi biologici responsabili del processo infiammatorio. Il meccanismo più studiato è quello della ridotta sintesi dei mediatori lipidici dell’infiammazione; in particolare gli acidi grassi riducono la produzione di eicosanoidi derivanti dall’acido arachidonico e di citochine proinfiammatorie (TNF-a, IL-b1, IL-6), oltre ad influire negativamente sulla proliferazione dei linfociti e sulla produzione di radicali liberi dell’ossigeno.
Impostare un regime dietetico che tenga conto di queste indicazioni deve soddisfare i seguenti obiettivi:
ü eliminare i grassi trans
ü ottenere un rapporto omega-3/omega-6 uguale a 2
ü limitare quanto più possibile l’apporto di acido arachidonico
oltre a:
ü ridurre l‘intake di carboidrati, soprattutto semplici
ü integrare con vitamina A, vitamina C, selenio, zinco, calcio.
I grassi trans, creati attraverso la manipolazione della struttura chimica così da realizzare grassi solidi a partire dalla forma liquida che è quella naturale, si ritrovano principalmente nella margarina. I grassi trans, il cui uso è sconsigliato anche alla popolazione sana, interferisce con il metabolismo dei grassi essenziali limitandone la funzionalità.
Il rapporto tra omega-3 e omega-6 pari a 2 (ricordiamo che nella dieta di un soggetto sano tale rapporto è compreso tra 4 e 10) si ottiene aumentando l’introduzione di acido a-linolenico, contenuto in ben pochi alimenti: i semi di lino e le noci. Quest’ultime contengono troppo acido linoleico, pertanto rimangono i semi di lino: 20 g al giorno apportano 3,5 g di acido linolenico. Si utilizzano, dopo opportuna macinatura, nello yogurt o in qualunque altra preparazione che non preveda un riscaldamento che superi i 60°C. Da consigliare anche l’uso dell’olio di semi di lino, purché sia stato estratto dal seme senza eccessivo riscaldamento o utilizzo di solventi chimici.
Raccomandato poi il consumo abbondante di pesce, alimento che apporta EPA ( acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico). Sono da preferire aringa fresca, salmone fresco, sgombro freso, sarda fresca. Per garantire un apporto adeguato di EPA e DHA si dovrebbe assumere dai 150 ai 250 g di pesce al giorno; qualora non fosse possibile si può ricorrere ad integratori. È opportuno cuocere il pesce al vapore avendo cura di non superare la temperatura di 100°C, responsabile dell’ossidazione degli acidi grassi, la quale ne vanifica l’effetto positivo.
Per ridurre l’acido arachidonico si deve limitare il consumo di salumi e insaccati, soprattutto salame, speck, prosciutto cotto, wurstel; di carni grasse e dell’uovo, in particolare il tuorlo.
L’apporto di acido linoleico invece si riduce evitando l’utilizzo di oli vegetali diversi da quello extravergine di oliva, della maionese e dello strutto.
Numerose evidenze cliniche dimostrano come la combinazione tra integrazione di acidi grassi omega-3 in capsule, riduzione dell’intake di omega-6 ed adeguato apporto di acidi grassi monoinsaturi, sia in grado di indurre un miglioramento della sintomatologia e, in alcuni casi, anche un minore utilizzo di farmaci appartenenti alla classe degli anti infiammatori non steroidei.
Per quanto riguarda la composizione della dieta, l’apporto di carboidrati, semplici e complessi, deve coprire non più del 55-60% dell’intake calorico complessivo, così da ridurre anche il rischio di sovrappeso; si consiglia poi un fabbisogno proteico in linea con quanto raccomandato alla popolazione sana, ma che diventa superiore durante la fase attiva della patologia. I lipidi devono invece coprire il rimanente 25-30%.
Micronutrienti con azione antiossidante quali vitamina A, vitamina C e selenio, sono in grado di assicurare un buon meccanismo di difesa contro glie effetti dello stress ossidativo.
Anche folati e vitamina B12 si trovano nei comuni alimenti quali verdure e carni, ma per ottenere un effetto positivo sono necessarie dose maggior, raggiungibili soltanto con specifici integratori. In pazienti trattati con metotrexate, la supplementazione con acido folico e vitamina B12 ha permesso di ridurre l’incidenza degli effetti collaterali, nonché di limitare l’aumento dell’omocisteina, già nota come fattore di rischio cardiovascolare e frequentemente aumentata in questi pazienti. In corso invece di terapia corticosteroidea va incoraggiato il consumo di latte magro, yogurt e acqua minerale ricca in calcio, piuttosto che di formaggi; qualora questo non sia sufficiente o gli alimenti non risultino graditi, è necessario integrare la dieta con Ca e vitamina D.
Fermo restando che l’approccio dietetico alla terapia delle malattie reumatiche, in particolare, quelle infiammatorie immunologicamente indotte, non ha portato a risultati eclatanti e definitivi, anche per la difficoltà di portare avanti studi in doppio cieco, è necessario sottolineare l’importanza di una dieta il più possibile personalizzata sia per quanto riguarda l’apporto calorico giornaliero che la corretta ripartizione delle varie componenti alimentari.
· Renne KL, et al. Nutritional management of rheumatoid arthritis : a review of the evidence. J Hum Nutr Dietet. 2003;16, 97-109.
· Stamp LK, et al. Diet and rheumatoid arthritis: a review of the literature. Semin Arthritis Rheum. 2005 Oct;35(2):77-94.
· Miggiano GA, et al. Diet, nutrition and rheumatoid arthritis. Clin Ter. 2005 May-Jun; 156(3):115-23.