Liriweb.it                                                             16/03/2006

Il trattamento omeopatico è un approccio valutabile clinicamente?

Battisti E.*, Albanese A.*, Bianciardi L.°,  Runci F.°,  Pannini S.°, Cerretani D.°

*Centro TAMMEF- Università degli Studi di Siena.
° Dipartimento di Farmacologia “G. Segre”- Università degli Studi di Siena.


L’omeopatia è una forma di medicina popolare, ma scientificamente poco sostenibile e la sua popolarità non è una prova di efficacia.
Un recente report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) sull’omeopatia, conclude che..”un crescente profilo delle evidenze scientifiche suggerisce l’efficacia  dell’omeopatia…”(1). Alla luce delle evidenze cliniche esistenti questa è una affermazione che suscita perplessità e che richiede urgentemente una correzione. Sono stati pubblicati ad oggi, approssimativamente 150 clinical trials di omeopatia ed i loro risultati sono lontani dall’essere uniformi. Nel 1997 una meta analisi di 89 studi trovò che ”..non tutti gli effetti clinici dell’omeopatia sono completamente dovuti al placebo..” (2). Questo articolo è ancora celebrato dagli omeopati come l’ultima prova di efficacia e  nuovi studi hanno fallito nel dimostrare che i rimedi omeopatici sono più efficaci dei placebo (3). Revisori sistematici sono propensi a pubblicare parti di dati primari poveri di qualità metodologica ed è comprensibile che la comunità omeopatica non pubblichi tutti gli studi che producono osservazioni negative. La frequente scarsa qualità dei clinical trials costituisce un ulteriore problema; analizzando nuovamente i loro dati Linde et al. hanno concluso che “..ci sono chiare evidenze che studi condotti con migliore qualità metodologica tendono a raggiungere minori risultati positivi…”(4).
Anche se i rimedi omeopatici sono di per se privi di rischi, l’approccio omeopatico è chiaramente capace di causare danno. Se, per esempio, l’omeopata previene interventi efficaci, il danno verosimilmente avviene. Un esempio appropriato è la tendenza di alcuni omeopati a consigliare le madri contro l’immunizzazione dei loro bambini. Un altro esempio di potenziale danno è il fenomeno dell’”aggravamento omeopatico”. Se seguendo il principio “il  simile cura il simile”, un omeopata somministra il rimedio ottimale, ci si aspetta che circa un quarto dei pazienti vada incontro ad un “aggravamento omeopatico” :questa è considerata  una “crisi di guarigione” dove i sintomi peggiorano prima del miglioramento (5). Dal punto di vista dei pazienti e della salute pubblica, questi aggravamenti devono essere invece considerati alla stregua di effetti collaterali. Quindi, l’asserzione che l’omeopatia è interamente benefica sembra essere fuorviante.
Concludendo, le decisioni terapeutiche devono essere basate per prima cosa su una valutazione del potenziale rischio verso un provato beneficio. Per l’omeopatia, il lato del  beneficio di questa equazione è attualmente non chiaramente definito: la migliore evidenza disponibile non mostra, in maniera convincente, dei benefici superiori a quelli del placebo. I rischi dell’omeopatia sono probabilmente relativamente piccoli, ma anche piccoli rischi possono essere gravemente pesanti se il beneficio è incerto, piccolo o totalmente assente. Se si aggiunge a tutto questo la insostenibilità scientifica dei concetti di base che sottolineano il pensiero omeopatico, l’inevitabile conclusione non è favorevole: 250 anni dopo la nascita del suo “inventore”,  l’omeopatia non è associata ad un  profilo rischio-beneficio che sia positivamente dimostrabile.


Bibliografia
1)Edzard E. , TRENDS in Pharmacological Sciences (TIPS)  26: 11, 2005.  
2)Linde K  et al, Lancet  350:834-843, 1997.
3)Ernst E. , Br J Clin Pharmacol  54:577-582, 2002.
4)Linde K et al, J Clin Epidemiol 52:631-636, 1999.
5)Thompson et al, Homeopathy  93:203- 209, 2004.